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Dante faceva parte dei "Fedeli d'Amore" ch'erano poeti congiurati (cit. Nardini: Dante ed i Fedeli d'Amore).
Dante condannò il pontefice della Chiesa di Roma all'inferno: il "pastor senza legge" che compì "la laid'opra" di vendere i Templari per le loro ricchezze al re di
Francia Filippo il bello, e schierò nell'immenso anfiteatro celeste la dispersa "Milizia di Cristo":
"Qual'è colui che tace e dicer vole,
Mi trasse Beatrice e disse. Mira
Quanto è il convento delle bianche stole! ..."
(Par. x x x 127-129)
I Fedeli d'Amore celavano in sembianze di donna il principio della propria anima.
Si diceva di loro: "tutti ghibellini questi poeti d'amore, tutti innamorati di donne che si somigliavano tanto da far pensare a una sola donna e tutte paludate dal medesimo simbolismo."
Al tempo di Dante "congiuravano" contro una Chiesa corrotta che chiamavano: la lupa feroce di Roma.
Essi vivevano per amore della vergine «Sophia», la santa Sapienza, che conduceva l'uomo dalla terra al cielo e dalla morte alla vita.
Gli inizati avevano identificato nella «rosa» la Sapienza spirituale, ossia la Madre Sophia (filo-sophia, teo-sophia, ecc).
"Cantare la bellezza della rosa significava per quei poeti esaltare le virtù della segreta saggezza che conduceva a Dio".
I Templari furono latori del messaggio: "Roman de la Rosa" a cui si ricollegò la "candida rosa" di Dante che concluse il suo viaggio iniziatico nei tre regni oltre-mortem.
La donna, per i Fedeli d'Amore era l'equivalente della rosa mistica dei Sufi e simbolo della Dottrina segreta.
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