La «violenza» dell'occhio meccanico trapassa così nella tenera insistenza di un atto d'amore. Splendide sono le immagini conclusive; quel primissimo piano di Maria che si mette il rossetto, così concreto nell'amplificazione di un gesto che, per la prima volta, manifesta la donna. E religioso, per la discrezione con cui rivela il mutamento. Una visione dell'interiorità di Maria, che forse ha avvicinato l'assoluto e che ora, nella serena solitudine del ritorno a sé, gioca con la propria immagine e con l'esigenza umana della propria bellezza.
Intorno all'immagine di Maria c'è un mondo confuso. Un professore cecoslovacco spiega le origini della vita indicando un extramondo dalle facoltà superiori. È un uomo banale, che ama la tranquillità domestica di una sigaretta e di un'aria di saxo. Eva si innamora e lo odia violentemente quando lui ritorna al paese d'origine: un comunismo lontano, generatore di profughi, probabilmente falso. Tra gli allievi un certo Pascal; è più di un nome: un paradosso teologico di non facile soluzione. La miseria dell'uomo non è un alibi per la prepotenza del dio o una ragione dell'ineluttabilità del destino. La rassegnazione è una tentazione troppo grande per la tristezza dell'essere.
Giuseppe è la mediocrità; ha l'insistenza patetica e la recidività dell'innamorato continuamente respinto, che nulla comprende. Giuseppe è la prosaicità; tutto quello che dice è meschino, non sa rispondere al mistero di Maria. È fisicamente scomposto, si dibatte nella sua stessa ignoranza. In Je vous salue, Marie c'è una presenza che non disturba l'essere di Maria: la natura, l'animale, il fiore. Essa non è in funzione del soggetto, non è uno strumento dello stato d'animo. E non è un paesaggio di consolazione, di intenerimento. La natura è un modo di esistere e di guardare. Ed è la possibilità di accogliere nelle sue leggi un avvenimento come quello di Maria. La natura non ha il problema di Maria; è nelle cose che formano il mondo, è nel ventre di Maria. È l'indifferente immanenza, che informa il divenire. La natura è nel fiore, nei prati, nella bellezza senza causa; nella luce che comunica agli uomini le forme, ma senza pretendere alcuna risposta. La natura è nell'occhio del cane, che ha in sé una saggezza istintiva: il senso dell'attesa e la libertà dal tempo. L'animale si rivolge all'uomo semplicemente attraverso il suo essere, la sua singolarità; gli concede la sua ripetitività e, spesso, la sua pazienza. Non chiede all'uomo di essere trasformato; vuole essere accettato nella sua immutabilità.
La natura è una categoria, un riferimento ideale per l'intemperanza del pensiero. Essa esiste indipendentemente dall'uomo; rimane come modello di oggettività, anche se è impossibile per l'uomo riprodurne il «punto di vista». Il cinema stesso è talmente impregnato di soggettività. Ancora una volta esso può solo interpretare la natura, guardarne l'imperturbabilità. Ma in Je vous salue, Marie essa è sempre là, come un dio tranquillo che osserva la storia di Maria; come un limite all'artificio, come un giudizio morale.
Angelo Signorelli
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